
Il conflitto che per giorni ha devastato la già martorita Terra Santa vive un momento di tregua che speriamo possa durare, ma i problemi rimangono. Israele contro Palestina, Palestina contro Israele: un conflitto che da troppi anni si fonda su un perverso rapporto di azione e reazione, in una spirale di violenza - con massacri volontari o meno che vedono l'uccisione di donne e bambini - che sembra oramai eterna per due popoli che lottano per la sopravvivenza.
"Due popoli, due stati, ora. Per la sicurezza d'Israele, per l'indipendenza della Palestina": questo messaggio rappresenta una sintesi necessaria affinché nessuno si dimentichi del diritto di entrambi i popoli all'espressione della propria identità nazionale. Perchè l'Italia e l'Europa non abbiamo anche in questa occasione un ruolo da spettatori, perchè libertà ed indipendenza sono cardini fondanti per la gente che crede nei nostri stessi valori in qualunque paese del mondo vadano coniugati.
Quadro storico sintetico della “Questione Palestinese”
Il conflitto arabo-israeliano abbraccia circa un secolo di tensioni politiche e di ostilità, sebbene il moderno Stato di Israele sia stato istituito solo 60 anni fa in un territorio considerato dal movimento “panarabo” come appartenente ai palestinesi, siano essi musulmani, cristiani, drusi o altri, e che il popolo ebraico considera la sua patria storica e biblica. Questo conflitto, generato come un scontro politico su ambizioni territoriali a seguito della decimazione dell’Impero Ottomano, si è tramutato nel corso degli anni da un conflitto arabo-israeliano ad un più regionale conflitto israelo-palestinese, anche se il mondo arabo e Israele restano generalmente in contrasto gli uni con gli altri sullo status di questa terra.
Al fine di comprendere a pieno tutte quelle dinamiche che, nel corso del secondo Novecento, hanno dato vita alla cosiddetta “Questione Palestinese”, è innanzi tutto necessario contestualizzare geograficamente e storicamente la regione teatro di tali eventi.
Con Vicino-Oriente (termine più preciso rispetto al più comune Medio-Oriente) si indica convenzionalmente quella zona compresa tra il Mar Mediterraneo, l’Oceano Indiano e il Golfo Persico, all’interno della quale vivono numerose etnie, la maggior parte delle quali è accomunata dalla professione della religione islamica, a sua volta divisa tra “laici” e fondamentalisti. Tale zona fu per molti secoli parte integrante dell’Impero Ottomano, che si caratterizzò per una politica tendenzialmente sovra-nazionale, in grado di garantire una discreta autonomia ai diversi gruppi etnici che lo componevano.
La zona assunse uno straordinario valore strategico (sia economico sia militare) a partire dal 1869, quando fu aperto il canale di Suez, una straordinaria opera ingegneristica che avvicinò l’Oriente all’Occidente. Oltre a questo, nella prima metà del XX secolo, furono scoperti immensi giacimenti petroliferi in buona parte dell’area e ciò rese ancora più interessante il territorio vicino-orientale per le potenze europee che, bisognose di un costante approvvigionamento di tale materia prima per la loro crescente industria, approfittarono dei numerosi segni di fragilità dell’Impero Ottomano, nonché dell’esito del primo conflitto mondiale per colonizzare l’intera area, imponendo un’occupazione militare di fatto per garantire un vero e proprio sfruttamento della zona da parte delle società europee.
Al termine del XIX secolo e, sempre più consistentemente nei primi anni del XX secolo, fu consentito (dapprima dall’Impero Ottomano e poi dalla Gran Bretagna) l’insediamento di colonie ebraiche - molte delle quali vicine alla nascente causa sionista – nel territorio palestinese, in cui vivevano da secoli delle popolazioni a forte maggioranza araba. Questa zona risultava spesso sfinita da guerre che ne decimavano la popolazione e danneggiavano territorio ed economia locale, ricudendola ad un costante sottosviluppo caratterizzato da nomadismo diffuso, metodi agricoli primitivi, scarso sfruttamento delle terre coltivabili e dei corsi d’acqua disponibili, sostanziale abbandono di attività industriali e del commercio marittimo frustrato dalla mancanza di porti.
A partire dagli anni trenta del XX secolo, e ancor più dopo il termine del 2° conflitto mondiale, il territorio palestinese vide una sostanziale modifica della propria composizione demografica, con la minoranza ebraica che diventò rapidamente maggioranza grazie all’acquisto di terreni che fu reso possibile attraverso fondi concessi ai profughi ebrei fuggiti dall’Europa e dalla Russia.
Nel 1948, su tali terre fu istituito, con un’apposita risoluzione delle Nazioni Unite, il moderno Stato di Israele, che comportò una prima conseguente emigrazione della popolazione arabo-palestinese verso le nazioni limitrofe, che fu fortemente incrementata in seguito alla sconfitta patita nel primo conflitto arabo-israeliano, scatenato dagli Stati arabi dell’Egitto, della Siria, del Libano, della Transgiordania e dell’Iraq all’indomani della dichiarazione d’indipendenza israeliana.
Tra il 25 luglio 1956 e il 23 maggio 1967, a causa della nazionalizzazione del canale di Suez da parte dell’Egitto, iniziarono una serie di “scaramuccie” che videro anche l’intervento di Francia e Gran Bretagna al fianco d’Israele. Questi episodi sfociarono, il 5 giugno 1967, nella 3^ Guerra arabo-israeliana o “Guerra dei sei giorni”, avviata con un attacco preventivo delle forze aeree israeliane, che comportò la distruzione al suolo della quasi totalità dell’aviazione di Egitto, Siria e Giordania ed una letterale decimazione delle forze corazzate e di terra di quegli Stati rimasti senza copertura aerea Con questa fulminea vittoria Israele occupò l’intera penisola del Sinai e la striscia di Gaza che fino ad allora era rimasta sotto amministrazione militare egiziana, oltre ad inglobare l’intera Cisgiordania (Gerusalemme compresa) e le alture del Golan a nord-est, sottratte alla Siria.
Nel 1973 si ebbe una nuova crisi vicino-orientale che portò in breve tempo alla IV° guerra arabo-israeliana, detta anche “del Kippur” (da una festività religiosa ebraica) . In questa occasione furono gli eserciti dell’Egitto e della Siria ad attaccare a sorpresa Israele, che perse il controllo del Canale di Suez. L’intervento dei “caschi blu” dell’ONU giunse ad evitare ulteriori radicalizzazioni del conflitto e l’alterazione dei già delicati equilibri regionali. Gli accordi fra Egitto e Israele (seguiti più tardi dal riconoscimento dello Stato d’Israele da parte del Cairo, imitato più tardi dalla Giordania) avviarono una nuova fase politica, tendenzialmente meno incline al confronto armato come strumento di risoluzione delle controversie. Si chiuse così la fase del coinvolgimento diretto degli Stati arabi in guerre dichiarate contro Israele, mentre prese corpo la lotta per la liberazione della Palestina, nella assunse un peso sempre più rilevante l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
La fine delle guerre arabo-israeliane avviò un timido e incerto progresso di normalizzazione dei rapporti tra lo Stato ebraico ed alcuni dei paesi limitrofi, spesso vanificato da irrigidimenti e da nuove crisi legate ad episodi di violenza e di sangue marchiati come “terroristici” (compiuti soprattutto dall’organizzazione denominata Hamas) e a talune reazioni spropositate, sia sul fronte militare sia su quello della libera circolazione di beni e persone che necessitano di un lavoro e solidarietà sociale.
Ancora oggi, la “Questione Palestinese” è ancora aperta con la ricerca di una soluzione che possa pacificare un lembo di terra considerata Sacra dalle tre religioni monoteiste più importanti del mondo.
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