Attualitą ed iniziative • 14 February 2012

 Foibe: Rizzo a Porta a Porta oltraggia la storia e la memoria


La puntata di ieri di Porta a Porta, con Ospiti Maurizio Gasparri, Marco Rizzo, i professori Giovanni Oliva e Roul Pupo, Alessandra Kersevan, il vignettista Giorgio Forattini – di origini zaratine – e Guido Cace, presidente dell’associazione nazionale dalmata, è stata l’ esempio vergognoso della mancanza di una memoria condivisa.
Il fascismo in Italia è la colpa madre che può giustificare qualsiasi pena, tutto è perdonato se è antifascista, quello che dimentichiamo è che il fascismo non c’è più da oltre sessant’anni mentre Rizzo dimostra che il comunismo continua ad esistere e a dividere il paese.
Quello che, alla luce delle vili tesi sostenute dal compagno Marco Rizzo e dalla “storica” Alessandra Kersevan, ho premura di precisare è che in Jugoslavia l’esercito italiano s’è distinto per le proprie doti umanitarie e non per azioni truci sulla popolazione locale.
Le azioni di guerra in Jugoslavia durarono dal 6 al 18 aprile del 1941, la conquista della jugoslavia fu veloce e non appena dissoltosi il regio esercito dei Karageorgevic le forze politiche, e paramilitari locali collaborarono immediatamente con l’esercito italiano in funzione anticomunista.
Quando la signora Kersevan vuol attribuire alla foto di un fucilamento di partigiani jugoslavi ad opera del nostro esercito la portata di tutta la brutalità italiana, commette un errore semplicistico.
Stiamo parlando di guerra e non di una passeggiata di salute, in guerra si spara, si muore, ci sono plotoni d’esecuzione da una parte e dall’ altra.
Era normale che si sparasse contro i partigiani perché durante il periodo d’occupazione italiana erano l’unica forza impegnata nella resistenza insieme ai nazionalisti serbi che però avevano più in odio l’eventualità del comunismo e collaboravano con il nostro esercito nel combattere i partigiani.
La fame di sangue degli ustascia era tanta che i nostri soldati furono impegnati in continue azioni di tutela e salvataggio di serbi ed ebrei in Croazia, nonostante Ante Pavelić e il comando tedesco fecero arrivare al nostro esercito, tramite lo Stato Maggiore Generale l’ordine di non interferire negli affari interni dello Stato Indipendente di Croazia (NDH) , i nostri soldati disobbedirono, salvando migliaia e migliaia di serbi dallo sterminio e le disobbedienze rimasero impunite dai nostri comandi.
Diverso fu il trattamento riservato ai nostri soldati dagli alleati Croati e dai comunisti anche durante le operazioni di guerra, corpi trucidati e dati in pasto ai maiali, aperti, riempiti di sassi e gettati in mare e molte altre atrocità.
Non si può continuare ad accettare che si parli della guerra in Jugoslavia o come un azione militare ingloriosa o come episodio vergognoso della storia nazionale dove i nostri soldati furono impegnati a trucidare la popolazione locale. Le unità italiane si batterono bene, con onore, coraggio e destrezza nonostante la scarsità dei mezzi, la difesa delle piazzeforti di Fiume, Zara e Scutari furono memorabili, l’ingresso a Lubiana uno smacco all’esercito Tedesco.
Credo che nell’approccio alla storia non si possa usare il prima per giustificare il dopo, ma, altresì, tutto vada studiato insieme per capire cause ed effetti dei corsi e ricorsi storici. In questo caso credo di poter dire che il prima, l’invasione italiana della Jugoslavia, non si può considerare né causa, né giustificazione delle atrocità subite dalla popolazione italiana sul confine orientale.
Quello che Rizzo e la signora Kersevan hanno detto ieri in trasmissione fa pensare che tutte le sofferenze negli anni consacrate al desiderio dei governi italiani, e non solo di quello fascista, di completare l’unità nazionale, non abbiano avuto nessun valore.
I nostri soldati ed i nostri fratelli istriani sono quindi morti invano perché nel 2012 non riusciamo ancora ad essere nazione e a rimanere uniti, fuori da schemi ideologici, nel ricordo del dolore di un genocidio subito, tanto valeva allora che la popolazione istriano-giuliano-dalmata invece di esodare in Italia emigrasse altrove.

 

Diletta Alessandrelli 

Azione Universitaria Roma Tre

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