Articoli e recensioni • 09 June 2011

Biopolitica: la sfida del futuro dell’uomo (06/2011)

Le sfide, le paure e le speranze del XXI secolo impongono delle riflessioni sulle grandi modificazioni in atto che coinvolgono l’essere umano nel suo complesso. Le scoperte scientifiche e le innovazioni tecnologiche entrano, ogni giorno, nel nostro quotidiano; i problemi legati all'uso dell'umano come materiale biologico e i criteri etici della ricerca diventano fonte di accese discussioni morali e politiche; la vita umana, dal suo concepimento fino alla sua fine, torna a essere il centro e il cuore del dibattito attuale.

I temi che si presentano oggi richiedono, dunque, nuove analisi e nuovi strumenti per essere affrontati ed è per questa ragione che diventa prioritario il riconoscimento dell’importanza della Biopolitica, ossia di come deve essere concepito il potere politico in relazione all’essenza umana.

La Biopolitica nasce in risposta a una società che sta cambiando e che oggi, più che mai, deve capire verso quale futuro sta costruendo la sua strada.

Il progresso, la scienza e, soprattutto, la tecnologia, sono diventati il miraggio di un futuro non solo migliore ma perfetto. In esse fondiamo aspettative utopistiche volte all’eliminazione di quei difetti che, in quanto esseri umani, ci portiamo dalla nascita, e che ci vorrebbero perfetti, uguali e immortali. Eppure è l’eterogeneità il motore e il cuore della natura, e l’imperfezione è ciò che ci rende diversi fra molti, preziosi perché soli e inimitabili. Paradossalmente le nostre imperfezioni e i nostri limiti, diventano la nostra risorsa più grande.

Ma è propria dell’imperfezione e della fragilità umana, a noi connaturate, l’esperienza del dolore; qualcosa che, in questo tempo, dove tutto è lecito e possibile e dove la tecnoscienza diviene il miraggio del perfetto, non può essere tollerato. Evitiamo il dolore. Siamo disposti a tutto pur di negare, nel nostro presente e, soprattutto, nel nostro futuro, la realtà della sofferenza. Ma così facendo dimentichiamo che è nella difficoltà e nel dolore che riconosciamo il nostro simile, ritroviamo l’umanità e la capacità di riconoscerci come esseri unici.

Questa concezione della vita diventa molto pericolosa poiché in essa si definisce una “cultura dell’utile”, in cui la vita umana diviene qualcosa che deve obbedire a parametri di qualità e di utilità al fine di giustificare la propria esistenza; inoltre, questa visione della vita nasce come espressione della più estrema autodeterminazione che finisce in una pericolosissima oggettività.

Da questa nuova concezione di società, di cultura e di vita, nascono problematiche ancora aperte, quesiti a cui la Biopolitica deve tempestivamente rispondere.

La classe dirigente attuale si trova a dover ricostruire un tessuto etico che si è perso e deve, inoltre, rispondere alle nuove domande nel modo più condiviso possibile, con un approccio laico e insieme valoriale, valutando attentamente le ricadute etiche e sociali frutto delle decisioni prese.

E sulla Biopolitica, sicuramente, si formeranno le future generazioni, perché i temi etici si imporranno sempre con maggiore forza in un mondo che cambia e sfida l’umano, e sarà loro il compito di capire l’importanza della sfida che avranno davanti consapevoli che su quella si gioca il futuro dell’uomo.

 

di Manuela Bernabei

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